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mercoledì 1 gennaio 2014

Il giro del mondo su cartoncino

Amizi, 
 come è andato il vostro inizio anno? La mia idea di passare il capodanno in un autogrill è stata rigettata nuovamente ma continuerò a proporlo ad oltranza finché non verrò accontentata.
Dunque, oggi vi scrivo perché sono inciampata in una piacevole scatolina. Una scatola che se aperta contiene al suo interno meraviglie, storie, racconti e tante diverse calligrafie.
La scatola di cui vi parlo è quella che contiene la mia collezione di cartoline.



Ok non sono solo fanatica della carta stampata, sono fanatica della carta (punto).
In barba alle foto digitali e ai pixel e alle cartoline virtuali e a tutto ciò che si può condividere ora e subito, io preferisco le care vecchie cartoline, quelle che ti arrivano tutte spiegazzate ai bordi con il timbro della posta locale stampato sopra i baci della persona che te la manda.


Adoro le cartoline, non posso fare a meno di comprarle quando sono in viaggio, di inviarle e soprattutto adoro riceverne.


Inutile dirvi quante belle storie vengono raccontate in quattro righe.


C'è chi manda solo baci, c'è chi mi ricorda quanto m'ama considerando il fatto che odia inviare cartoline, c'è chi si vanta di avermi inviato la piu' bella, c'è chi mi confessa di volermi portare in quel bar al quale tavolino si è seduti a scrivere quelle quattro righe che, poco dopo, staranno già viaggiando verso di me.

L'ho già detto che le adoro?

Ora, tra le cartoline che ho, molte le ho scritte io stessa alla mia nonna quando ero in Erasmus, alcune le ho inviate a casa durante le vacanze (no, non rubo le cartoline a mia nonna, forse solo un po', sgattaiolo nella notte per rubarle alla morsa del magnete sul frigorifero), altre me le hanno inviato le mie coinquiline/amiche erasmus, altre me le hanno riportato persone pie che conoscono la mia passione (ho davvero scritto passione?).

Ecco, ora voi lo sapete, tra di voi c'è gente che viaggia molto...
Con un occhiolino, vi bacio e scappo via.



sabato 31 agosto 2013

Hello Spain: Prima tappa, Barcelona

Ecco, il mio viaggio volevo proporvelo in pillole, un po' per avere la sensazione di esserci ancora dentro, un po' per farvi conoscere la Spagna così come appare vista dai miei occhi, considerando che molti di voi hanno viaggiato anche molto più di me in lungo in largo e non solo in Spagna.
Non che abbia visto molto, essendomi fermata un giorno e un po' in ogni luogo, ma ho respirato abbastanza aria spagnola e ascoltato almeno due accenti diversi e questo mi basta. 

Oggi quindi vi parlo -in pillole anche qui- di Barcelona, la città nella quale sono ambientati la maggior parte dei romanzi di quel Carlos che io amo tanto e che di cognome fa Zafòn. Barcelona non doveva essere la nostra meta d'arrivo ma i prezzi e il fato hanno scelto lei per noi come punto di arrivo e partenza per questo mini-tour nel presente e nel passato che io e la mia amica Giulia abbiamo fatto alla ricerca delle ragazze erasmus che eravamo, siamo e saremo.

Era la mia prima volta a Barca. Appena atterrate a El Prat, scesi tutti dall'aereo, ho cominciato a respirarmela ben bene, l'aria calda delle 22.30, in perfetto orario, per gonfiare l'ego alla ryanair.
Il tragitto dal T2 al treno che porta alla stazione Sans l'ho passato sorridendo come le donne che lavano i panni nelle pubblicità in tv. Ero felice perchè ero in  Spagna e lo ero anche perchè...ero in Spagna.

Dalla stazione Sans, dopo aver sapientemente comprato un T10 all'aeroporto -potendolo dividere in due- siamo volate sulla linea 3 non dopo aver tentato di capire cosa ci stesse dicendo un francese alla ricerca dell'arco di trionfo -si è anche a Barca- e averlo lasciato al suo destino.
La nostra stazione era quella di Plaza Catalunya dove non abbiamo avuto neanche il tempo di pensarci che eravamo state già fagocitate come parte integrante della Rambla.

Ora chiudete gli occhi, no meglio di no, leggete e chiudete metaforicamente gli occhi, vi porto con me fuori dalla metro di Barcelona buttandoci insieme tra le persone che animano la Rambla de Canaletes.

L'aria viziata e soffocante della metro lascia spazio a quella docile delle notti di estate inoltrata, le nostre borse appese inermi sulle spalle, la scalinata inizia nel buio e si illumina man mano che la si percorre verso l'alto, si comincia a vedere un pezzo di palazzo, una punta, un tetto, vedo alberi e una fiumana di persone che mi trascinano in su e altrettante che mi portano giù poi, eccola là, la Rambla, quella di cui parlano tutti e quella che Daniel Sempere percorre tutta fino al porto per seguire personaggi oscuri e misteriosi. Ed ero lì, non potevo voler essere altrove.


Tutto quello che è seguito è stato stupore, fotografie con e a sconosciuti ed inviti a barbacoas in terrazzo ai quali non ci siamo mai presentate perchè il tempo stringeva e noi, donne di mondo, avremmo lasciato presto quel porto. 

Dopo le tappe d'obbligo come La Sagrada Familia, la Pedrera -che continuavo imperterrita a chiamare Palandrana- Casa Battlò, Parc Guell, la sera ce ne siamo andate a gozzovigliare nel barrio Gotico -cena con pinchos, jarras de cervezas y tinto de verano presso Euskal Extea, euskal taberna- sapientemente guidate dal mio amico Riki che vive e lavora lì da un paio di mesi. 

 




Vi vorrei parlare dell'impossibilità di bere un buon caffè, della meraviglia dei cibi e dei sapori spagnoli, della bellezza del cielo e del caldo asfissiante ma tollerabile -se ami il luogo più di quanto ami la normale respirazione- ma non lo farò perchè, in verità, vorrei che le immagini vi raccontassero molte più cose di quante ve ne possa raccontare io.

Olè.




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